VOLUPIA
- foscaworld
- 2 gen 2021
- Tempo di lettura: 3 min
Volupia

Esiste un momento della creazione artistica in cui la violenza diventa genesi, e io l'ho abitato pienamente nel concepire questa tela che porta il nome di un'antica divinità romana della voluttà. Ma qui la voluttà non è sensuale abbandono: è tensione creativa, è quella forza primordiale che spinge l'artista a combattere prima con la materia e poi con se stesso.
Il fondo di quest'opera nasce da un corpo a corpo con pezzi di legno e metallo, da un gesto che appartiene più all'archeologia industriale che alla pittura tradizionale. Ho martellato, graffiato, lacerato la superficie fino a ottenere quella vibrazione di quadrati che risuona come un codice morse della contemporaneità. È il linguaggio della città, del cantiere, della modernità che irrompe nell'atelier come un ospite inatteso e necessario. Eppure, da questa cacofonia nasce il silenzio: quello del giaguaro femmina che emerge dal caos come Venere dalle onde, ma con la maestà selvaggia dell'America precolombiana.
Il Panthera onca che ho dipinto non è soltanto un felino: è l'incarnazione di Tezcatlipoca, il "signore dello specchio fumante" degli Aztechi, divinità della notte e del vento che poteva assumere forma di giaguaro per attraversare i mondi. Le sue macchie, che i Maya chiamavano "stelle cadute sulla terra", qui diventano costellazioni di un universo parallelo dove la bellezza non ha bisogno di giustificazioni. Con pennelli sottili come aghi da ricamo - strumenti quasi ridicoli per una tela così grande - ho accarezzato ogni pelo, ogni sfumatura di questo manto che porta i colori dell'autunno europeo fuso con il fuoco tropicale.
C'è qualcosa di profondamente femminile in questo giaguaro, una femminilità che non si manifesta nella grazia convenzionale ma nella consapevolezza della propria forza. Il fatto che nella realtà questo felino non ruggisca ma emetta suoni delicati, quasi canori, diventa metafora di una potenza che non ha bisogno di ostentarsi. È la stessa potenza che ho cercato di infondere nel mio gesto pittorico: la capacità di essere monumentali rimanendo sussurrate.
I fiori che la circondano non sono decorazione ma offerte votive, ex voto cromatici che plasmano un altare laico della bellezza. Li ho dipinti con la minuzia di un miniaturista medievale, perché credevo - e credo ancora - che ogni petalo debba avere la stessa dignità ontologica dell'insieme. Sono fiori impossibili, nati dalla mia memoria di viaggio ma trasfigurati dall'urgenza espressiva, fiori che esistono solo in quel limbo tra il ricordo e l'immaginazione che è il vero territorio dell'arte.
L'opera nasce dal ricordo di un mosaico antico dove una divinità sedeva su un giaguaro sacro. Ho scelto di eliminare la divinità perché ho compreso che il sacro era già tutto contenuto nell'animale, nella sua presenza magnetica, nella sua capacità di essere ponte tra il mondo selvaggio e quello domestico, tra l'istinto e la riflessione. È un quadro che parla di sospensione: quella della zampa alzata, quella dello sguardo che intercetta il nostro, quella del tempo che si dilata nell'attimo dell'incontro.
In fondo, dipingere questo giaguaro è stato un modo per riconciliarmi con la mia parte più selvaggia, quella che la civiltà vorrebbe addomesticare ma che l'arte sa mantenere viva. È il ritratto della forza femminile che non si scusa di esistere, che non si nasconde dietro convenzioni, che sa essere dolce senza rinunciare a essere temibile.



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